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Faccine casuali

Ecco alcune delle faccine in cui, inaspettatamente, possiamo imbatterci tutti i giorni 🙂

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Le mimose

Le mimose

Primula gialla (di Marta Fanello)

(con un dipinto di Mariella Capomolla: http://www.inchiostrosutela.it/wordpress/)

I gatti a volte lo fanno e questo gatto, come gli altri, nonostante le nobili origini achemenidi, non è da meno. Lo fa con eleganza, certo, con aria sorniona, come solo uno del suo rango potrebbe; però lo fa.

Si accosta soffice alla Primula nel suo vaso e ne strappa voluttuosamente un petalo giallo, poi un altro e un altro ancora, e li mordicchia e li mastica fino a dissolverne le fragili fibre inerti.

La Primula, ridotta a brandelli fra quei dentini aguzzi e impietosi, non può far altro che chinare con scarsa convinzione lo stelo umiliato e lasciar oscillare al vento i pochi petali traslucidi ancora penduli, ancorati a uno straccetto untuoso di vita.

Il gatto, incolpevole e indifferente per natura, arruffa il pelo, inarca la schiena, sputa via quelle fibre acidule e succose, volta le spalle alla Primula, al vaso e al cornicione e, il capo sdegnoso e la coda eretta, fila via.

Conoscevo la Primula…

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Magia Bianca

Magia bianca   (con un dipinto di Mariella Capomolla – http://www.inchiostrosutela.it/wordpress/m-fanello/magia-bianca/)

E avvenne che Arian, figlia delle figlie di Arlea l’amazzone, conobbe lungo la sponda del fiume Oplonto,  che scaturisce a nord, il bianco cigno Sayuni.

Arian e Sayuni provarono un sussulto e desiderarono restare insieme, conversare e condividere il resto della loro vita. Sayuni permise ad Arian di salire sul suo dorso e insieme solcarono i cieli roteando e glissando attraverso le nuvole che, nel vederli, non sorrisero.

La voce dell’amazzone e del cigno che avevano scelto di amarsi si diffuse per tutta Inie, e molti vi scorsero il male, poiché due stirpi differenti si univano. Ma Arian e Sayuni avevano conosciuto le gioie del vero amore e nessuna regola avrebbe impedito loro di amarsi.

Pur bruciando nel fuoco della passione essi compresero quanto fosse in pericolo per il futuro. Si recarono presso Inigreis il veggente e lo interrogarono su cosa il destino avrebbe riservato loro, ma costui nulla poté, poiché vedeva solo buio.

I veggenti Fheys decretarono che quell’amore non avrebbe ricevuto il loro consenso.

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http://www.inchiostrosutela.it/wordpress/m-fanello/magia-bianca/

http://www.inchiostrosutela.it/wordpress/

grandi speranze
Pip non è forse il personaggio più genuinamente dickensiano che esista. Si potrebbe definire un anti-eroe dickensiano; colui che, piuttosto che tentare la fuga e il riscatto dalle sventure che lo perseguitano, ne è al contrario ingannato, illuso, e manipolato.

La dimensione di questo romanzo non è lineare, come quella di David Copperfield o Oliver Twist, in cui il piccolo, sfortunato e incolpevole protagonista, affronta notevoli sventure e si muove, seppur con tutti gli ostacoli, verso il proprio personale ristacco.

Pip è tutto questo, ma ne è anche l’opposto, così come la sua storia.

Leggendo questo romanzo non ho potuto a fare meno (sbagliando, lo ammetto) di confrontare Pip con David e Oliver.

Pip è David e Oliver durante la sua infanzia, nella prima parte del romanzo.

Pip è un bambino solo, frustrato, maltrattato dalla sua irascibile sorella, affascinato e insieme confuso dalla lapide dei suoi genitori e dei suoi fratelli, spaventato da quel che ignora, praticamente tutto.

Pip deve crescere con la consapevolezza di dover essere riconoscente a sua sorella che lo ha cresciuto “con le sue proprie mani”, così come viene sottolineato ripetutamente da personaggi buffi, meschini, egoisti, sciocchi e probabilmente dotati di una frustrazione insita da cui riescono a liberarsi infierendo sul debole.  Adulti di una specie puramente dickensiana, in un continuo oscillare tra desiderio di umiliare Pip e tendenze a ignorarlo.

Pip si limita ad esistere.

Durante i suoi primi anni di vita egli non fa altro che respirare, guardare, nutrirsi, ascoltare e subire. Pip pensa, ma lo fa sottovoce, senza consapevolezza, relegando le sue considerazioni a quel piccolo mondo appartato che è la sua esistenza, scaturito dalla mancanza di considerazione di cui è oggetto e che gli impedisce di sviluppare una coscienza critica e, forse, di amare.

Però in Pip c’è molto altro ancora. Quel barlume di amore e di pensiero critico si riversa unicamente sul marito di sua sorella, Joe. Un uomo buono, debole, che ama Pip a modo suo, e seppur incapace di difenderlo, ha con lui una certa empatia.

Ed è questo, a mio parere, il filo conduttore del romanzo, quel che permea i pensieri e le azioni di Pip, dall’inizio alla fine.

Quelle grandi speranze del titolo, si trasformano, senza che ciò le riduca o sminuisca, in quel barlume di speranza e di luce che nel buio di un’esistenza si può riconoscere, cui ci si può aggrappare sempre, con certezza e che per Pip è rappresentato dall’amore di Joe.

Sarebbe troppo difficile condensare questo capolavoro in una breve recensione.

Nella storia di Pip, nei suoi incontri, nelle sue scelte, si riversano numerose tematiche, quelle universali, che in qualunque tempo influenzano il corso delle nostre vite. Una storia narrata con una scrittura che è insieme descrittiva, metaforica, ironica, divertente, vera. Dickens non si limita a narrare, Dickens ti abbraccia.

Pip, da quell’esistenza malinconica, ma non senza un pizzico d’ironia, viene strappato in qualche modo grazie al suo incontro con Miss Havisham, vecchia e nobile signora dal passato doloroso che trascorre le sue buie giornate in stato di reclusione, all’interno del suo triste maniero, in compagnia della giovane e bellissima Estella e di alcuni ragazzini, incluso Pip, che periodicamente vengono condotti lì per farle compagnia; nonché dei parenti di Miss Havisham, tesi a mettere le mani sulla sua eredità.

Pip resterĂ  molto scosso dalla sua conoscenza con Miss Havisham e, in particolare, con Estella, di cui si innamorerĂ  fin da subito, e con Herbert, colui che diventerĂ  il suo migliore amico.

Il primo cambiamento nella vita di Pip è questo: il passaggio dall’ambiente fumoso e insieme lindo della fucina, abitato da Joe e da sua sorella, a quello ricco, nobile, eppure ancora più oscuro, del palazzo di Miss Havisham, coi suoi silenzi, i suoi sussurri, le sue mezze verità, i suoi ricordi dolorosi, le sue piccole malizie e cattiverie, le sue ipocrisie cortesi e le sue sincere crudeltà.

Alcuni anni dopo avviene un nuovo cambiamento nella vita di Pip che a quel cambiamento è già predisposto, come tutti coloro che lentamente prendono ad allontanarsi dall’ambiente in cui sono cresciuti e vengono irrimediabilmente attratti da ciò che vedono al di fuori.

Pip riceve un’inaspettata fortuna (da chi non si sa). Una sorta di eredità o mantenimento, che lo strapperà al suo destino da apprendista nella fucina di Joe, per catapultarlo nella vita di Londra, dove potrà studiare per diventare un gran signore.

La sola notizia di questa fortuna basta a rendere Pip un gran signore agli occhi di Joe, dei suoi concittadini, di tutti coloro che fino a pochi anni prima non esitavano  a farne oggetto di scherno o maltrattamenti.

Il riscatto per Pip non giunge alla fine della storia, ma a metà del romanzo. É la molla che lo spinge verso l’età adulta, la possibile realizzazione, un cambiamento in meglio; Pip comincia a coltivare così quelle grandi speranze che danno il titolo al romanzo.

Pip ha fatto però anche un altro incontro, molti anni prima, vicino alla lapide dei suoi genitori e alla palude. Ha conosciuto Magwitch, un forzato in fuga, che terrorizza Pip a morte, intimandogli di procurargli del cibo e una lima per le sue catene. Pip aiuterà Magwitch e mai lo tradirà, azione che influirà pesantemente sulla coscienza di Pip, sui suoi ancora pochi nitidi sensi di colpa nei confronti di Joe, cui per sempre terrà nascosto il furto della lima dalla fucina.

Scandagliare questo romanzo è difficilissimo, perché vi si intravede una contrapposizione continua tra ciò che è certezza e ciò che è illusione, tra menzogna e verità, tra amore genuino (quello di Joe) e un amore che, seppur vero, è frutto di personale ricerca; tra speranze pulite, semplici, accessibili e rifiutate e speranze che, seppur grandiose, sono basate sull’incertezza e sul fato.

Le grandi speranze di Pip non sono che illusione, perché fondate sul senso di colpa, sul rimorso, su un’inspiegabile rete di avvenimenti nati dalla colpa che non possono condurre a un epilogo soddisfacente.

Le grandi speranze del libro non sono quelle di Pip.

Sono quelle di Magwitch, una sorta di Jean Valjean che non può che ispirare pietà e tenerezza. Un uomo che il caso ha condotto a una vita di colpa, eppure capace di grandi sentimenti, grandi azioni, grande tendenza al riscatto e, purtroppo fallimento. Ma Magwitch non fallisce del tutto, in quanto è in grado di aprire il cuore di Pip, di donargli una coscienza critica, un interlocutore psicologico con cui Pip si interfaccerà per tutta la vita, emergendo da quella palude di esistenza priva di pensiero cui era relegato da bambino.

Ancora una volta, il bambino solo e indifeso, l’Oliver Twist in balia degli eventi. Per quanto Pip sia succube non di eventi disastrosi, ma di una fortuna, quel che emerge dal romanzo è quel senso di rovinosa precarietà che scaturisce quando non si è artefici del proprio destino, quell’impossibilità di controllare gli eventi nata dalla mancanza di radici e sicurezze.

Pip, per trovare le proprie, dovrĂ  allontanarsene.

Pip dovrĂ  restare deluso; dovrĂ  perdere le sue grandi, false speranze, prima di riconciliarsi con la speranza, quella vera.

Pip dovrà passare dal buio della palude alla luce di quella nebbia che si dirada, al termine del romanzo, e lo condurrà dall’esistere all’essere.

Sarò cattiva!

Non mi soffermerò sul fatto di aver “buttato i soldi”, dal momento che, in quanto lettrice accanita, ho il diritto di tenermi informata sulle ultime uscite, anche quelle pessime, e continuerò a farlo.

Ma come si può sorvolare sull’operazione distruttiva che i generi letterari stanno subendo?

Desideravo leggere un fantasy. Così, anziché tornare indietro nel tempo, e prendere in mano Terry Brooks, Tolkien, Pullman, Zimmer Bradley o LeGuin, ho deciso di fidarmi del presente.

Ho cominciato con Eragon, per lasciarlo attorno a pagina 10, giĂ  esasperata da una scrittura da dodicenne, dopo aver letto la frase: “lanciare sfere energetiche” che mi ha evocato scene tratte da Dragonball (uno dei pochi cartoni animati che non ho mai seguito peraltro). Non è mia abitudine abbandonare i libri dopo pagina 10, il che la dice lunga; riprenderò Eragon in mano a tempo debito.

Torniamo a noi: ho fatto un giretto su IBS alla ricerca delle ultime novitĂ  fantasy, e mi sono imbattuta (ahimĂ©) nell’Atlante di Smeraldo.

Come dicevo, sarò cattiva. Questo pseudo-romanzetto fantasy è l’ennesima presa in giro pre-confezionata sull’onda di Harry Potter e non solo.

E’ una presa in giro per tutti.

Per gli amanti del fantasy e i lettori piĂą smaliziati.

Non perderò del tempo a riassumerne la trama, anche perchĂ© il polpettone è talmente pieno da esplodere. Il romanzo comincia rapidamente, si entra subito nel vivo. Sebbene questo sia un punto a favore in molti altri casi, qui è solo un abile modo per impedire al lettore di stancarsi o di avere dei ripensamenti. GiĂ  a pagina 3 è successo di tutto e chi lo sfoglia è irrimediabilmente costretto a proseguire, sebbene incapace lì per lì di capirne il perchĂ©. Un procedimento tipico dei telefilm, in quell’incipit veloce e frizzante che precede la pubblicitĂ  o la sigla prima dell’inizio dell’episodio vero e proprio. Una cosa indegna per un romanzo.

Il resto è un miscuglio di Lemony Snicket, Harry Pottery, Il Signore degli Anelli, Le cronache di Narnia, Ritorno al Futuro, Titanic, Alice nel Paese delle Meraviglie e non so cos’altro: orfani, stregoni, Strillatori (Dissenatori o Nazgul?), Contesse (il personaggio cattivo piĂą scopiazzato e inutile della letteratura mondiale), viaggi nel tempo senza capo nĂ© coda.

Personaggi senza originalitĂ , ambientazioni senza profonditĂ , situazioni senza un filo conduttore. La divisione in capitoli e i gli stessi titoli dei capitoli non hanno senso, il mondo “creato” da Stephens non esiste in nessuna dimensione, magica o reale che sia; la storia non ha alcuna profonditĂ .

Quel che contraddistingue un romanzo fantasy, per quanto intriso di luoghi e creature irreali, è proprio quel senso di “esistenza” che lo pervade, che ci permette di percepire la Contea, Narnia, FantĂ sia o Hogwarts come “luoghi reali della mente”.

Nell’Atlante di Smeraldo dove siamo? Quando siamo? Anche il nulla cosmico ha piĂą personalitĂ  di  quest’ accozzaglia di scene e luoghi comuni tratte da altri libri, film, telefilm e fumetti.

E’ una presa in giro per i ragazzi e i lettori di fantasy alle prime armi, che non dovrebbero MAI accostarsi a robaccia del genere credendo di leggere un fantasy.

E’ infine una presa in giro per chi scrive, e chi scrive fantasy.

Il romanzo è chiaramente la sceneggiatura di un film in preparazione e in uscita a Natale (probabilmente l’anno prossimo). Gli autori hanno abilmente deciso di trasformare la suddetta sceneggiatura in un romanzetto di serie B, così da guadagnarci il triplo e da invogliare il pubblico alla visione del film.

Nessuna casa editrice avrebbe preso in considerazione questa specie di storiella di serie Z se non fosse stata firmata dal produttore di serie televisive di successo come O.C. e Una mamma per amica.

Niente contro le serie televisive, ma per favore, a ciascuno il suo e non mischiamo le razze.

No no no e poi no!

Quel che è peggio, è che viene presentato come “il libro conteso da tutti i maggiori editori“!

Sì, un romanzo che si ricorda.

Un romanzo semplice, delicato, ingenuo che veicola un messaggio altrettanto semplice eppure spesso difficile da afferrare, che si smarrisce tra le righe della monotonia, della sofferenza, dei silenzi, delle personali solitudini di ciascuno di noi.

Harold Fry è un simpatico vecchietto inglese che un bel mattino esce di casa per spedire una lettera. Eppure, una volta giunto alla buca della posta, decide di proseguire in direzione della successiva; quel tanto che basta per prolungare un pò la sua passeggiata. Ma, alla seconda buca, sceglie di andare ancora avanti fino all’ufficio postale e poi ancora avanti.

Harold decide di recapitare personalmente la sua lettera e per farlo dovrĂ  viaggiare, a piedi, con indosso le sue leggere e inadeguate scarpette da vela, dal sud-ovest dell’Inghilterra fino al lontano e nebuloso Nord-Est, al confine con la Scozia, laddove la sua amica di vecchia data, Queenie, malata terminale, lo aspetta.

Il viaggio di Harold, prevedibilmente un viaggio all’interno di se stesso e dei suoi ricordi, lo porterĂ  non solo da Queenie, ma da moltre altre cose, tutte da scoprire. Cose che stavano lì da tempo, ma che era necessario riportare in superficie.

Il romanzo della Joyce non è nulla di nuovo. Harold ci ricorda un novello Forrest Gump, così come qualunque romanzo che narri di ricerca interiore, di passaggio, di superamento e di rinascita.

Vi sono alcune caratteristiche che lo rendono assolutamente adatto per una trasposizione cinematografica, alcuni trucchetti scenici, alcune scene che chiaramente sembrano riprese da vecchi film e telefilm; nel complesso il romanzo sembra l’ennesimo frutto di un abile operazione commerciale. E forse lo è.

Eppure, nella semplicitĂ  della lingua e della narrazione, in quel qualcosa di leggero che il romanzo porta con sè, la storia della Joyce ci coinvolge dall’inizio alla fine, facendoci affezionare a Harold e Maureen, questi de vecchietti che riflettono un pizzico di ciascuno di noi.

Una bella storia d’amore. Amore come riscoperta quotidiana, anche quando tutto sembra sepolto.

Lo consiglio.

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